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La Biblioteca dell'Ippogrifo di Pordenone celebra i suoi venti anni di attività editoriale con questo volume, il ventitreesimo della collana, diretta da Francesco Stoppa. Fra i molti anniversari che stanno inflazionando questo 2018 – un esempio per tutti: la sovrapproduzione di opinabili rievocazioni, memorie e scritti sul Sessantotto – questo libro si distingue perché i quarant'anni di distanza dalla Legge 180 sono visti da una prospettiva non scontata, come sarebbe se trattasse, per esempio, di normative legislative. La domanda cruciale intorno alla quale ruota il libro è invece «cosa si è messo in moto a partire da quel 13 maggio 1978 nella nostra vita professionale e non solo? Al di là dei mutamenti di ordine sociale, culturale, clinico, si è prodotta una rivoluzione dentro?» (terza di copertina, corsivo nell'originale). Poco oltre si parla delle «mobilitazioni soggettive» (p. 12, corsivi nell'originale) che ne sono derivate, le quali a loro volta richiamano la questione fondamentale della trasmissione, resa urgente dal fatto che i protagonisti di allora oggi sono in pensione o ci stanno andando. Incalza Stoppa nella Premessa: «Quanti di essi si interrogano su cosa succederà domani, sui propri lasciti? Hanno saputo o voluto consegnare una cultura, delle pratiche, dei saperi, un'etica? E ancora, si chiedono forse se ci sia, dall'altra parte, qualcuno interessato a raccogliere l'eredità, e come?» (p. 13, corsivi nell'originale). Da qui la richiesta, rivolta a quanti hanno svolto a vario titolo un lavoro istituzionale o amministrativo, di raccontare «(…) cosa ha rappresentato dentro di loro quella rivoluzione che (…) non aveva come suo fine la chiusura dei manicomi (…), ma il ritorno della città alla sua dimensione civile» (p. 13, corsivo nell'originale). È l'intreccio tra vicende professionali e personali a segnare il carattere di questa che si rivela essere una raccolta di preziose testimonianze su eventi e situazioni che oggi ci possono apparire molto lontani.