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Il Caso presentato da Elisabetta Arfini pone molti quesiti, non solo sul setting, e rappresenta anche una riflessione assai interessante sulla costruzione dell'identità professionale della terapeuta, con una coraggiosa «messa in discussione di certezze e resistenze da ambo le parti» (p. 615).
Il lavoro si concentra soprattutto sul periodo iniziale (aprile 2010-aprile 2011), ma si dipana su un percorso terapeutico lungo ben otto anni che va dalla fine del periodo della latenza (10 anni di Matteo circa) alla fine dell'adolescenza (17 anni). In questo lungo lavoro terapeutico di crescita reciproca emerge la ricerca di un equilibrio - inizialmente sul filo del rasoio - tra la costruzione di una capacità di riflettere e quella, sofferta e non facile, di una competenza sociale, potenzialmente messa a rischio da un Disturbo reattivo dell'attaccamento dell'infanzia (p. 616) o da un Disturbo dello spettro autistico (p. 617), secondo la diagnosi formulata tre anni dopo; da un punto di vista psicodinamico, Matteo sarebbe invece inquadrabile nella diagnosi di disturbo borderline infantile.
In questo lavoro emerge bene un'attenta riflessione sui sentimenti legati al controtransfert, alla luce sia del lavoro di Anne Alvarez (Il compagno vivo . Roma: Astrolabio, ), sia, come dirò più avanti, del contributo di Betty Joseph. Alludo al tema della necessità di costruire nel tempo una capacità di mentalizzare, come emerge nell'ultima parte del lavoro con Matteo ormai grande e al di là del «rischio di scivolare nella psicosi» (p. 617), rischio che prima era altissimo a causa dell'arresto del processo di separazione-individuazione. Uno sviluppo reso difficile sia dal legame con una madre molto giovane e inesperta (ma soprattutto molto angosciata e da cui il figlio non può farsi toccare), sia dal fatto di non avere mai visto il padre.
Il lavoro è complesso e mi concentrerò su tre punti:
L'equilibrio tra vari aspetti del Sé.
La struttura edipica.
La relazione terapeutica.
Il primo punto che mi se