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Commenterò la storia raccontata da Elisabetta Arfini, che chiamare caso clinico suona davvero riduttivo, da tre diverse angolazioni: la questione diagnostica, la prospettiva evolutiva sviluppata da Anna Freud e da Margaret Mahler e la prospettiva bioniana che, prendendo le mosse dal pensiero kleiniano, ha condotto una riflessione importante sull'uso del controtransfert nella cura della psicopatologia grave.
Negli ultimi decenni la clinica degli stati al limite, delle psicosi e dei disturbi dello spettro autistico nell'infanzia ha costretto clinici di orientamento diverso ad aumentare i loro sforzi per confrontarsi sui concetti e sulla tecnica e ad aprire un dialogo che si è rivelato particolarmente fecondo. La psicoanalisi infantile si è interrogata sul funzionamento della mente del bambino, sulla nascita dei processi di pensiero influenzati dalle emozioni e sulle distorsioni che si creano all'interno della relazione con le figure primarie e, quando si è trovata ad affrontare la sfida della cura, ha dato grande rilievo, a differenza degli approcci cognitivo-comportamentali, alla bussola rappresentata dalle reazioni controtransferali del terapeuta.
Esaminiamo ora il funzionamento psichico del piccolo Matteo a partire dalla questione diagnostica, e seguendolo passo passo attraverso i cambiamenti verificatisi nella diagnosi e nella terapia. A nove anni il bambino riceve dal Servizio pubblico la diagnosi, secondo l'ICD-10, di Disturbo reattivo dell'attaccamento dell'infanzia (F94.1). Si tratta di un disturbo che «insorge nei primi cinque anni di vita, è caratterizzato da persistenti anormalità nelle reazioni sociali del bambino, che si associano con turbe emozionali e sono reattive a modificazioni delle circostanze ambientali. (…) Il disturbo probabilmente si manifesta come diretta conseguenza di un'accentuata trascuratezza o violenza o di gravi maltrattamenti da parte dei genitori» (Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-10. Classificazione delle sindromi e dei distur