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Sin dal primo incontro tra Matteo e la sua terapeuta sembra trasparire una sottile trama di comunicazioni che si articolerà e consoliderà nel corso della terapia attraverso la verbalizzazione degli affetti, dei vissuti, dei desideri e delle intenzioni del bambino, in modo che questi possano acquisire una forma pensabile e comunicabile.
Da subito la terapeuta accoglie con sguardo benevolo e curioso un bambino fragile, quasi inconsistente che comunica con sguardi e suoni che hanno bisogno di essere accolti e decifrati per dar loro corpo e significato, mentre Matteo pare cogliere immediatamente la finalità dello spazio terapeutico, soffermandosi su una mappa che evoca il tesoro a cui potrebbe condurre.
Matteo pare avere “smarrito” il senso di un Sé coeso in una fase precoce dello sviluppo quando Claudia, la madre, ha cercato in lui un rifugio dalla sofferenza dell'abbandono del compagno e papà del bambino. Claudia stessa descrive un filo sottile che la lega al bambino, un filo che pare aver paralizzato e distorto lo sviluppo di Matteo, rendendo il suo Io fragile, frammentato e ingolfato in una relazione simbiotica: un arcipelago