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Commenterò la storia clinica di Matteo dal mio punto di vista, che è quello di psicomotricista a indirizzo relazionale secondo la scuola di Bernard Aucouturier. Ho trovato il racconto di Elisabetta Arfini pieno di attenzione e rispetto nei confronti del bambino: la terapeuta ci trasmette una grande capacità di ascolto dell'altro ma anche di sé. La descrizione fisica di Matteo si avvale dell'uso di metafore che ci permettono di “coglierne l'essenza”: il suo corpo le ha ricordato quello di un uccellino sospeso nell'aria, come il piccolo che cade dall'albero nelle favole della Düss. È come se il bambino non avesse un nido dentro cui sentirsi protetto, nutrito e soprattutto rassicurato. Un bambino in età di latenza che esprimeva con il corpo e con l'espressione grafica, che del corpo rappresenta una continuazione, lo spaesamento occorso all'inizio della sua vita. Ci viene detto come Matteo sin da piccolissimo non tollerasse di essere preso in braccio. Il racconto che ci viene fatto della sua nascita da un parto violento e intrusivo mi ha rimandato alle angosce neonatali che lasciano tracce profonde a livello corporeo. Quando un bambino molto piccolo subisce sollecitazioni violente si produce in lui un'angoscia pervasiva che non gli consente un processo mentale di significazione: può solo cercare di scotomizzare tali stimoli. Sto parlando di esperienze con una valenza traumatica, puntuali o continuative, ipotizzabili solo a posteriori, che si rivelano nel corpo, nella postura e nella motricità del piccolo paziente. Arriviamo a pensare che l'esperienza dolorosa non mentalizzabile si iscriva nel sistema muscolare, cellulare e nervoso centrale. Queste tracce rappresentano delle parti che non possono integrarsi in quel processo di strutturazione dell'Io corporeo da cui origina l'Io psichico. Si genera così un conflitto profondo, anch'esso non mentalizzabile, in contrasto con quel senso di piacere e di totalità verso cui il bambino naturalmente tende.
Nel mio lavoro ho incontr