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Avere l'occasione di scrivere su di un mio caso clinico è stata un'esperienza nutritiva e nutriente. Riguardare me stessa, il mio lavoro e la relazione terapeutica attraverso le mie parole mi ha permesso di considerare angolazioni di cui prima non ero consapevole. Questa esperienza si è amplificata quando ho letto i commenti dei colleghi; molte cose si sono chiarite, piccole istantanee si sono trasformate in interi fotogrammi animati, spiragli in finestre aperte su un panorama più esteso. Ognuno di loro ha utilizzato le immagini, a me così care, per accompagnarmi in questa scoperta.
L'immagine di G.C. Zavattini del contatto come sostegno e ricerca di equilibrio (n. 4/2018, pp. 625-626), il toccare per appoggiarsi quando si impara a camminare, mi ha richiamato alla mente un bambino piccolo che nell'adulto sente un prolungamento di sé capace di guidarlo quando cammina ma anche di adattarsi a lui, alla sua altezza, ai suoi movimenti goffi: un adulto elastico in grado di “accogliere la pressione emotiva” di questo bambino reale e simbolico. All'idea di terapia vista come un contenitore bioniano, finalizzato a far crescere la capacità di riflettere e mentalizzare, si collega l'interessante riflessione di F. Melandri sugli effetti di un contenimento materno ingolfante che può invece paralizzare: come se l'abbraccio di questa madre angosciata avesse stritolato il bambino, un Matteo così fragile, di vetro, che per paura di andare in pezzi si è richiuso su se stesso. Il bambino che ha visto la Melandri è il Matteo che è passato attraverso quella porta otto anni fa: non solo fragile, ma anche portatore di aggressività e di fantasie perverse che ho così tanto faticato a registrare, probabilmente difendendomi dalla paura di sentirlo come un pericolo. La visione della Melandri mi ha permesso di leggere l'arcipelago di Matteisia non solo dal punto di vista della frammentazione, ma anche come espressione del «nucleo di un Sé grandioso, quale re delle isole» (n. 1/2019, p. 157), dov