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Chi oggi volesse avventurarsi nella carriera di psicoanalista non avrebbe che l'imbarazzo della scelta fra i diversi testi teorici e di teoria della tecnica pronti ad arricchire la sua formazione. L'editoria offre infatti un ampio ventaglio di disponibilità in cui non è facile orientarsi. Viene perciò naturale rivolgersi alle pubblicazioni “di indirizzo” suggerite dai docenti della propria scuola, dal momento che l'aspirante analista difficilmente riuscirebbe a trovare il tempo, e forse anche la voglia, per l'esplorazione di ulteriori sentieri. E comprensibilmente. Dispiace, tuttavia, constatare che si legge sempre meno Freud (o Jung, o la Klein o altro autore classico) e sempre più “che cosa ha veramente detto Freud” (o Jung o la Klein o altro autore classico). La proliferazione di manuali e compendi, se da un lato offre la possibilità di mettere a confronto scuole e linee di pensiero diverse (il tanto citato quanto equivoco “pluralismo”), dall'altro può influire negativamente ancorando il giovane candidato a una visione unilaterale e acritica, dove è facile smarrire la prospettiva storica in cui collocare teorie e tecniche psicoterapeutiche al fine di meglio padroneggiarle. Dietro problemi apparentemente distanti fra loro, ecco riaffacciarsi, da un punto di vista insolito, la questione della formazione dei candidati e, a ruota, quella della trasmissione del sapere psicoanalitico.
Qui si sono scelti due “vecchi” manuali che hanno fatto la storia della disciplina e della sua tecnica. Ormai due classici. L'uno del 1950, autrice Frieda Fromm-Reichmann (1889-1957), il secondo, del 1974, autrice Hilde Bruch (1904-1984), sua allieva. Il contesto sono gli Stati Uniti d'America nei decenni fra il 1950 e il 1970, anni in cui si diffonde e sviluppa la Psicologia dell'Io, mentre sul piano più propriamente clinico si applicano le innovazioni apportate da Harry Stack Sullivan e all'orizzonte si profilano le posizioni di Kohut relativamente al narcisismo. È stato un periodo di g