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Nell'Inghilterra medioevale, qualsiasi soggetto ricercato dalla giustizia, inseguito dai creditori o minacciato da nemici politici poteva trovare rifugio in un santuario, chiesa o abbazia che fosse, dove la forza pubblica non aveva accesso e la legge non poteva esercitare i suoi effetti costrittivi. Il privilegio del santuario era una procedura legale, definita sia dal diritto canonico sia dal diritto secolare, che obbligava la comunità
residente a mantenere il rifugiato al sicuro e a nutrirlo fino a concorrenza di quaranta giorni. Dopo di che, se nel frattempo la persona non fosse stata riconosciuta innocente, avrebbe dovuto scegliere tra il processo e l'esilio. Così la Chiesa perpetuava il principio, già riconosciuto nell'antichità, secondo cui nessuna forza dovesse violare uno spazio consacrato alla divinità.
È quel concetto di santuario che mi si affaccia alla lettura del bel resoconto di Simone Maschietto a proposito della terapia con la sua paziente Anna, alla quale ha offerto uno spazio insostituibile di accoglienza e di protezione da persecutori scatenati. Almeno è così che la paziente sembra viverlo: come l'unico spazio dove si senta relativamente sicura, l'unico indirizzo di riferimento, l'unico luogo in cui si possa sentire attaccata alla vita.
Verrebbe tuttavia da dire: qui si ferma l'analogia, perché Anna non è una criminale, non ha commesso reati, non ha contratto debiti, non ha ucciso nessuno. Ma è proprio sicuro? Una voce dice che in effetti Anna è colpevole. È la voce di Anna stessa. Lei stessa denuncia la colpa di essere nata, una figlia di troppo, un peso in più per una madre già debilitata dopo la nascita di due figli maschi, e presto colpita da un carcinoma mammario recidivante, in un calvario durato ventisette anni. Per questo Anna riconosce, nel cancro che l'attacca a sua volta, la prova della sua colpevolezza.
A dire il vero, questo significato della malattia non sembra le