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Desidero esprimere i miei complimenti a Simone Maschietto per il lavoro fatto, l'impegno generoso con cui ha seguito la sua paziente nella profonda regressione e nella disperazione che Anna ha potuto esprimere grazie alla capacità contentiva, alla dedizione e determinazione del suo terapeuta (oltre che alla propria profonda tenacia e vitalità).
«Anna è attualmente in trattamento»… (n. 2/2019, p. 315): Maschietto si espone pubblicamente ed espone la storia di una terapia ancora in corso. Da dove viene la forza di affrontare questa uscita dalla intimità e riservatezza di qualunque trattamento psicoterapeutico, specialmente di simili stati regressivi, nonostante tutte le cautele che immagino siano state prese? Ho una fantasia su questo: dopo un'immersione nella regressione e una dedizione così profonda ai bisogni della paziente, Maschietto ha avvertito la necessità di confrontarsi pubblicamente con i propri pari, di affermare la propria appartenenza professionale a luoghi di dibattito e confronto autonomi. Una affermazione di caratteristiche e di forza virili, di indipendenza dalla terapia che sta conducendo.
Vorrei proprio soffermarmi sull'intreccio estremamente interessante di maschile e femminile che il caso Anna suggerisce: la paziente che pur ricerca, nella disperazione, un rapporto contenitivo fortemente materno, ha scelto nel momento del bisogno due terapeuti maschi. Non mi sembra una scelta casuale; sono portata a pensare che l'incontro col femminile e con la madre comporti per Anna il risveglio di angosce primarie, antecedenti alla colpa. Il femminile, il corpo di donna, sembrano abitati da mostruosità mortifere che non raggiungono la possibilità di una rappresentazione. Il cancro è forse l'immagine più evocativa. Nel disegno, Maschietto parla di un guscio: a me sembra una tomba, e alla figura umana racchiusa manca completamente l'addome. Anna, nel titolo del disegno a p. 320, la chiama «La prigione del vuoto», e aggiunge il disegno della morte. Il cancro della