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Una terapia implica molto più di un lavoro di cognizione e comprensione: vi è una muta sensibilità nel profondo, o un linguaggio del corpo psichico.
Mi preme dare una lettura biosistemica di alcuni punti del racconto che Simone Maschietto fa del suo lavoro con Anna, dove l'esperienza corporea si fa palpabile e l'analista si mostra capace di fornire un contenimento all'altezza del compito.
«Via via che il percorso analitico si sviluppa inizio (…) a sentire emergere parecchie dissonanze (…): accanto a un funzionamento psichico di buon livello emergono un umore bipolare e una modalità relazionale improntata masochisticamente alla ricerca del trauma e della violenza subita» (n. 2/2019, p. 317). La ricerca scientifica conferma l'esistenza di due forme distinte di autoconsapevolezza: una tiene traccia del Sé nel tempo, l'altra coglie il Sé nel momento presente, basandosi sulle sensazioni fisiche. Questi due sistemi sono collocati in aree diverse del cervello, sostanzialmente scollegate. Un sistema crea una storia a uso del pubblico, che, raccontata più volte, può finire per apparirci vera. L'altro sistema registra una verità differente, il modo in cui viviamo la situazione nel profondo: è a questo che in terapia dobbiamo accedere perché esso soltanto, situato nella corteccia prefrontale mediale, può cambiare il cervello emotivo (Bessel Van der Kolk, Il corpo accusa il colpo . Milano: Raffaello Cortina, ). Il linguaggio è essenziale: il senso di sé dipende dalla capacità di organizzare i ricordi in un insieme coerente. Ma ciò richiede connessioni ben funzionanti tra il cervello cosciente e il sistema del Sé corporeo. Connessioni che, nel caso di Anna, sono danneggiate da traumi.
Procurarsi dolore fisico o mettersi continuamente in situazioni di pericolo sono verosimilmente tentativi di uscire da stati sensoriali di intorpidimento e di distacco, mantenendo l'integrità percettiva del Sé: tali pratiche pur pericolose sarebbero tentativi di regolare stati affettivi insopportabili