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Ringrazio i colleghi che hanno commentato il caso clinico di Anna per la qualità dei loro interventi e per la loro partecipazione al mio lavoro.
Concordo con Secondo Giacobbi che, citando Winnicott, ha evidenziato nel trattamento clinico di Anna l'importanza della dimensione transizionale, cioè quella del gioco (n. 2/2019, p. 326). Il principale focus della mia tecnica terapeutica è stato proprio l'utilizzo della regressione come gioco creativo, nella consapevolezza condivisa con la paziente che stavamo giocando alla madre con la sua bambina. Proprio la presenza di tale consapevolezza ha protetto la nostra diade da uno scivolamento verso il pensiero psicotico concreto, che avrebbe ucciso la dimensione simbolica. Anna ha capito che mi stavo rivolgendo creativamente alla bambina (de)privata e traumatizzata che era dentro di lei, ha sentito che ero disponibile a un contatto con quella sua parte e a fornirle una esperienza affettiva corporea di contenimento che non aveva mai ricevuto. Entrambi abbiamo dovuto superare le rispettive resistenze: io ho lasciato le regole del setting classico, che si utilizzano nel trattamento delle nevrosi di transfert, e lei ha lasciato la corazza narcisistica in cui aveva rinchiuso difensivamente la parte più autentica di sé. Giacobbi mette in rilievo anche un altro tema dominante della paziente: la violenza insita in lei e nella sua storia di vita. Alla fine del suo commento pone un quesito inerente alla sessualità e al rischio che la paziente possa fare emergere nel transfert aspetti edipici o erotizzati con la modalità violenta che le è propria (p. 326). Il mio obiettivo terapeutico consiste proprio nel fatto che il contenimento corporeo che ho fornito, il mio pormi come una madre sufficientemente buona, possa permettere ad Anna di interiorizzare il confine che era assente all'inizio del trattamento, nel momento in cui il controllo onnipotente veniva meno. Ritengo cioè che il contatto corporeo madre/bambina (terapeuta/paziente) possa pe