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Nel proporre un commento al caso presentato da Eleonora Marcelli, ho scelto di dare rilievo a due dei molteplici elementi teorico-clinici che la storia di Linda ha il pregio di evidenziare.
Il primo elemento ha a che fare con una domanda che, pur nella straordinarietà della conclusione favorevole della vicenda, resterà senza risposta: cosa ha provocato l'insorgenza del mutismo selettivo di Linda? Quale evento, quale congiuntura esistenziale, quale “cattivo incontro” è stato in grado di attivare in lei un sintomo così invasivo e invalidante? Come concepire, cioè, la simultaneità dell'inibizione alla parola (quando questa è indirizzata a “estranei”), da un lato, e della possibilità del suo libero utilizzo (in ambito familiare), dall'altro? Cosa può aver innescato quel blocco della parola che impedisce alla bambina di “aprire la bocca” quando si trova fuori di casa?
Partirei, allora, da questo primo punto: in effetti, ci troviamo di fronte a due Linde. C’è una Linda che si autorizza a entrare a pieno titolo nello scambio comunicativo con l'Altro e, contemporaneamente, una Linda che ne resta ai margini. Certo - come acutamente nota la Marcelli - non ne è mai del tutto fuori: già dal primo incontro, infatti, la collega nota la disponibilità della bambina a stare nella relazione, nella reciprocità