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Una bella donna entra in analisi con un terapeuta coetaneo: in risonanza biografica con l'età della figlia - sette anni - è travolta dal passato che ritorna come una maledizione a lacerarle il corpo e l'anima. La voracità maligna del destino persecutorio, nella dolorosa storia di Anna, appare così potente che non c’è bisogno di alcun commento. Da buon analista, Maschietto ha messo la paziente in condizione di proiettare su di lui, e in lui, i personaggi del suo mondo interno e di inscenare la drammatizzazione di tutte le rappresentazioni. Quasi come se il mondo esterno (e interno) della paziente fossero privi di oggetti buoni e affidabili, nel processo regressivo dell'analisi la coppia si è avvicinata al pericolo di un transfert intensissimo e delirante. E sembra abbia evitato il peggio.
Così come la madre aggredita dal cancro obbligava Anna a prendersi cura di lei, la paziente obbliga l'analista a fare altrettanto con lei: lo coinvolge interamente, anima e corpo (d'altronde, sono lì, il maligno persecutore e il suo fantasma, nel corpo della paziente). L'analista sembra attratto dalle drammatizzazioni inscenate dalla donna e si lascia coinvolgere. Aggredito dalle forme del transfert (come padre, madre, fratello), era diventato vulnerabile a reazioni emotive globali di identificazione complementare. In risonanza col ruolo che la paziente lo trascinava a incarnare, aveva messo in atto scelte che aprivano una fase di totale distorsione nella situazione analitica, in cui la sensibilità umana aveva totalmente soppiantato la coerente riflessione tecnica. Sensibile alle domande in grado di sollecitare le sue capacità parentali, l'analista sembra abbia risposto a una richiesta più che aver fatto una scelta tecnica. Sembra che nella fase più impressionante della regressione di Anna l'analista sia esistito esclusivamente per gratificare (o frustrare) le fantasie (i bisogni?) della paziente «affamata di contatto fisico» (n. 2/2019, p. 321). In un parallelismo quasi didattico co