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Ringrazio Giorgio Meneguz per il suo commento. La modalità transferale esasperata di Anna non aveva esclusivamente una finalità seduttiva. Anna era regredita a una fase in cui il rischio di morte e la solitudine la facevano sentire appesa a un filo. La paziente era inoltre congelata nella capacità di amare e di essere amata. Esprimeva anche verbalmente la vergogna e la fragilità legate all'abbandono e il suo bisogno di difendersi in modo onnipotente.
Queste considerazioni mi hanno fatto scegliere una direzione tecnica ben precisa: dare ad Anna l'esperienza di una simbiosi focale (si veda l'Intervista a Giovanni Carlo Zapparoli del 18 novembre 2008, pubblicata sul sito della Società Psicoanalitica Italiana: spiweb.it), un'area simbiotica, cioè, limitata ad alcuni aspetti, che lasciasse libera dalla simbiosi un'altra area in cui la paziente potesse funzionare autonomamente. Tale area simbiotica di “reciproca vulnerabilità affettiva” poteva rispecchiare la nostra fragilità umana, da considerare non come una minaccia, ma come l'occasione per la nascita di un Sé capace di vivere intensamente gli affetti per poi poterli modulare e integrare. Ho dunque scelto, riprendendo le parole di Meneguz, di fare il «mammo» (n. 4/2019, p. 665, corsivo nell'originale), facendo ricorso anche alla mia personale esperienza parentale (di figlio e di padre). Non considero la regressione di Anna come un transfert delirante o maligno, ma come una protezione dallo scompenso e dall'autolesionismo. La paziente nella sua vita reale ha mantenuto un adattamento al limite, affrontando però nodi molto complessi (le tre operazioni, una separazione giudiziale, il rischio di morte).
L'ombra della morte si è manifestata anche nel rapporto con me a ogni distacco, anche alla fine di ogni seduta; Anna aveva bisogno di cercarmi durante il giorno con ogni mezzo (messaggi, appostamenti e incursioni in studio o alla mia Scuola di specializzazione) quando