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Vorrei commentare il caso di Eleonora Marcelli partendo dalla frase che Linda dice alla madre per descrivere il suo sintomo: «La parola mi muore in gola» (n. 4/2019, p. 650). La parola è un mezzo di espressione dei propri stati interni ed è ciò che rappresenta il soggetto nei confronti degli altri. Essa porta tuttavia al suo interno non soltanto una dimensione di significato, di senso, ma anche una componente pulsionale, una spinta.
Per Linda la parola resta nel corpo e, non riuscendo a uscire, lì vi muore. Ma è la parola che muore, non la pulsione, che continua a spingere. Il Linguaggio è in fondo un sistema “perfetto,” ovvero qualcosa che apparentemente ha un rapporto univoco tra significato e significante, sistema all'interno del quale l'essere umano si trova immerso fin dal suo primo momento di vita. Il Linguaggio, ovvero il Simbolico in senso più esteso, non è tuttavia capace di coprire completamente la pulsione (Jacques Lacan, Il seminario. Libro VII: L'etica della psicoanalisi (1959-1960). Torino: Einaudi, 2008).
Per Linda la pulsione è inibita dal lato simbolico per eccellenza, la parola, ma non dal lato del corpo, in quanto a questo livello non può essere eliminabile. Possiamo ipotizzare che Linda trovi come soluzione di utilizzo del corpo le bambole nel gioco: «sulle bambole sperimenta posture ed esercizi ginnici sempre più complessi, le schiene si incurvano, le gambe si alzano, possono stare a testa in giù e poi rialzarsi di nuovo, fare piroette e acrobazie» (n. 4/2019, p. 652).
Ed è sempre all'interno del gioco che Linda rappresenta la sua famiglia e la posizione che lei assume all'interno di essa: in un quadro perfetto e ordinato, in cui non c'è distinzione tra gli elementi che lo compongono. Tuttavia, irrompe un cane che scompiglia tutto: la pulsione. L'inconscio ha due versanti: il primo è quello simbolico, che Freud illustra a meraviglia nella trilogia dei suoi testi riguardanti il sogno (L'interpretazione dei sogni [1899]. Opere, 3. Torino: Bollati Bor