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Con questo nuovo libro Massimo Recalcati riconferma il suo impegno militante nei confronti della contemporaneità. Impiegando la psicoanalisi come strumento di analisi sociale e mantenendosi sull'asse teorico freudiano-lacaniano, l'autore torna a interpretare il “tempo ipermoderno” riallacciandosi a tesi precedentemente sostenute ne L'uomo senza inconscio (Milano: Raffello Cortina, 2010) - libro oggetto di un'interessante recensione-saggio, dai toni critici (divisa in due parti a firma rispettivamente di Mauro Fornaro, che ne discute gli aspetti teorici, e di Antonella Mancini, che ne tratta la parte sociologica), pubblicata a pp. 539-550 del n. 4/2010 di Psicoterapia e Scienze Umane.
Ma cos'è l'“ipermoderno”? È la condizione della nostra modernità, quella di un presente che, azzerati i tratti ludici e di emancipazione da appartenenze forti propri del “postmoderno,” si è affermato come “tempo sadiano,” tempo vuoto in cui la pulsione di morte rompe con l'Eros e scioglie i legami con l'altro (p. XII). All'interno dell'ipermoderno, Recalcati registra un recente cambio di paradigma, il passaggio dalla spinta al godimento illimitato propria del capitalismo trionfante a una domanda diffusa di protezione e di sicurezza conseguente al ristagno economico: si è cioè passati dall'homo berlusconianus, di cui L'uomo senza inconscio poteva considerarsi una descrizione, all' homo salvinianus, cui rimanda questo libro. La crisi del lacaniano “Discorso del capitalista” - la fine dell'ideologia neoliberista e della promessa (tradita) di trovare senso e appagamento nel consumismo - ha svuotato il paradigma maniacale, cui è subentrato un nuovo “paradigma securitario”: una deriva melanconica, connotata da ritiro sociale e chiusura auto-conservativa priva di desiderio. Una melanconia inedita, non più imperniata sulla colpa - come intesa da Freud in Lutto e melanconia - ma scatenata dalla perdita del significato dell'esistenza (vengono qui in mente il passaggio dall'“uomo colpevole” all'“u