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Ringrazio i curatori della rubrica “Casi clinici” di avermi invitato a commentare l'articolo teorico-clinico di Galiuto, Mandese, Petrini e Janiri. Si tratta della presentazione di una psicoterapia che appare come pretesto per celebrare al lettore il «primo caso clinico in cui una paziente con Takotsubo Syndrome (TTS) recidivante (…) sottoposta a percorso psicoterapico breve mediante la tecnica del Processo Psicoanalitico Mutativo (PPM)» (p. 281). Il “Processo Psicoanalitico Mutativo (PPM)” è meta-comunicato nell'articolo come “nuovo” metodo di psicoterapia breve creato dagli Autori.
Per alcune ragioni - metodo espositivo e contenuto dell'articolo - è per me difficilissimo intervenire su questa psicoterapia. Ora cerco di argomentare le problematicità. Poiché, come si dice, una rondine non fa primavera, dubito abbia senso discutere il contenuto clinico delle pubblicazioni auto-promozionali in cui un unico caso andato a buon fine è presentato come prova in grado di avvalorare l'efficacia terapeutica di una “nuova” tecnica. Alla leggerezza con cui si basa su un caso singolo la prova dell'efficacia di un metodo psicoterapeutico nella cura di una specifica psicopatologia, si aggiunge l'imprudente affermazione degli Autori, secondo cui «questa iniziale esperienza di terapia psicoanalitica in paziente affetta da Takotsubo Syndrome (TTS) conferma la genesi psichica della patologia organica cardiaca» (p. 289). Messa così, l'asserzione è arbitraria e chiede al lettore una tolleranza forse eccessiva, un atto di fede verso una comunicazione persuasiva in assenza di prove, un procedimento non coerente con la metodologia scientifica. L'articolo è costruito su una visione romantica e conosciamo tutti il fascino dei non rari saggi costruiti sulla metafora dell'eroe che si avventura a risolvere i problemi con metodi non convenzionali. Anche nel meta-testo del caso di Elena è rintracciabile il topos in cui l'eroe prometeico si azzarda nella turris eburnea della psicoanalisi, fa fagott