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Diciamo subito che dal punto di vista editoriale questo testo di Antonello D'Elia non è di facile collocazione. Si compone di ventisei interviste a personaggi che, a vario titolo, hanno a che fare con la salute mentale, a cui si aggiungono quattro scritti in cui l'Autore dichiara più apertamente il suo pensiero rispetto ad alcuni temi generali come il ruolo del rispetto e della fiducia nell'incontro e nella relazione di cura, la contenzione, lo stato attuale della salute mentale in Italia, il confronto con l'impiego strumentale dei dati. Un saggio, dunque, e non una raccolta di storie, anche perché le interviste sono frutto di invenzione: in sintonia con un certo stile letterario contemporaneo, la scelta dell'Autore è quella di usare la narrazione come cornice per ricostruire storie di persone, ma anche di idee e movimenti, che in questo caso hanno segnato il percorso della psichiatria, in particolare quella istituzionale, negli ultimi quattro decenni, prima e dopo cioè la Legge 180 del 1978. L'intento appare esplicito già nella citazione in esergo di Svetlana Aleksievič (p. 5), la giornalista e scrittrice bielorussa vincitrice del Nobel per la letteratura nel 2015, dove si dice che il racconto di una sola persona riguarda solo il suo destino ma molti racconti ricostruiscono la storia più vasta. Storie dal basso dunque che rimandano a una particolare vicenda politica e culturale del nostro Paese che è quella che ha visto il compiersi di una riforma profonda del rapporto tra Stato e follia: a parlare sono psichiatri, psicologi, infermieri, pazienti, genitori, fratelli, psicoanalisti, un cittadino che polemizza con la riforma, ma anche un magistrato, un direttore generale di AUSL, un migrante, un giornalista, un regista, un barista e altri ancora, ciascuno alle prese con la propria storia e che altre ne racconta. Si alternano così un paziente che svela quello che c'è dietro i suoi comportamenti che gli costano un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e una contenzi