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Col n. 4/2018 Psicoterapia e Scienze Umane ha introdotto nella rubrica “Recensioni” una nuova sezione: “Libri dimenticati”. Di cosa si tratta? E quali sono le principali ragioni che hanno condotto la Redazione a questa iniziativa?
Preferisce una risposta formale o quella vera?
Facciamo tutte e due…
Allora… secondo la versione light (quella formale) e fatta salva la retorica del caso, “Libri dimenticati” vuole essere una testimonianza di riconoscenza e di omaggio ai “grandi” psicoanalisti di una volta e uno stimolo per quanti si accostano oggi alla psicoanalisi. Nella versione strong, più elaborata, l'idea è di mostrare, attraverso la recensione di testi basilari del passato, la problematicità teorica della psicoanalisi di allora nei suoi risvolti clinici e teorici; in parole povere, come pensavano e cosa facevano gli analisti che ci hanno preceduto. Non si tratta di tornare al passato, tantomeno di rimpiangerlo (ne abbiamo già abbastanza del presente!), ma invece di sottrarre all'oblio un patrimonio di saperi e di umanità che rischia di andare perduto e di “restituire” all'autore ciò che gli compete, svelando le distorsioni e le indebite appropriazioni avvenute nel corso del tempo. Se mi rifà adesso la domanda le rispondo con cinque parole in tutto: salvaguardare e trasmettere la problematicità dell'approccio psicoanalitico.
Quale è il principale obiettivo di questa operazione? Si tratta di una rilettura dei classici, come a dire, di un tentativo di recuperare una presunta psicoanalisi non “smarrita”, o si tratta piuttosto di un tentativo di attualizzazione?