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Pongo alcune domande per riflettere sulla psicodinamica del miglioramento.
Pare che il paziente abbia tratto giovamento dal racconto, fatto dal terapeuta, di un «paradigma universale, la vicenda di Oreste nella trilogia dell'Orestea di Eschilo» (p. 481), che può essere servito al paziente per identificarvisi, proprio come nel teatro greco i cui effetti “terapeutici” sono noti. Si tratterebbe quindi di condividere col paziente determinate narrative (un romanzo, un film, una pièce teatrale, o anche una tragedia greca, come in questo caso), che risulterebbero efficaci in quanto permetterebbero al paziente di identificarsi con un personaggio della storia narrata e così riflettere sulla propria vita, rivederla in una diversa prospettiva scoprendone nuovi significati o spiegazioni. Queste peraltro sono le idee fondanti della psicoanalisi: sono proprio le narrative di vita non ben comprese, con aspetti non chiari o non ricordati perché dolorosi o conflittuali, a essere alla base della psicopatologia; chiarendo la propria storia, possono recedere i sintomi, i quali appunto sono la espressione di queste storie conflittuali, non chiarite o non ricordate perché dolorose.
Una domanda da porsi è come mai una narrativa mitologica sia servita al paziente più di una narrativa in cui si elaborano i significati legati all'uccisione del proprio padre. Si tratta forse del potere dell'archetipo (trascendente, universale, metastorico) secondo una lettura junghiana? Non sembra essere questo il caso, dato che l'ipotesi junghiana non viene menzionata né viene posta questa domanda a livello teorico. Forse che il mito funziona di più - e in modo apparentemente paradossale - appunto per la sua lontananza dal paziente, cioè in modo tipicamente difensivo, ovvero per il fatto che agisce come simbolo? Mi riferisco, ad esempio, al caso del bambino che esprime più cose del suo mondo interiore attraverso il gioco, mentre non si esprime se gli si chiede di parlare esplicitamente della propria famiglia.