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Dallo storico verdetto attribuito a Winnicott “Bowlby? Meglio Barabba” e dal bad blood di Fonagy: «Non corre buon sangue tra la teoria dell'attaccamento e la psicoanalisi» (Psicoanalisi e teoria dell'attaccamento . Milano: Raffaello Cortina, , p. 1), oggi si potrebbe dire che le “faide famigliari” sono venute meno. Come mai?
Bisogna prendere atto della notevole complessizzazione cui il paradigma dell'attaccamento è andato incontro transitando per la ricerca di tre generazioni. Ne è prova l'applicabilità in diversificati contesti quali l'osservazione, la sperimentazione, la prevenzione e la cura, ma anche l'estensione della sua efficacia esplicativa che transita dall'etnoantropologico allo psicopatologico, dal transgenerazionale al sindromico e allo psicosociale. Alla luce di questa progressiva espansione conviene soffermarsi brevemente sulla genealogia del sapere sull'attaccamento.
Al tempo dell'era dei fondatori, il modello proposto dalla prima generazione di Bowlby e di Ainsworth, era, per intenderci, più a matrice ambientalistica ed etologica e, seguendo una logica alquanto deterministica, enfatizzava la preminenza delle variabili ambientali e contestuali a scapito del ruolo agito dal soggetto. Ciò innescò l'ostilità dell'Institute of Psychoanalysis di Londra nei confronti del bowlbismo: l'ostracismo ribadiva il ruolo centrale giocato invece dalle pulsioni e dalle fantasie innate, e questo valeva tanto per i kleiniani, quanto per gli annafreudiani del tempo.