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Di fronte alla brutalità della sintomatologia psicotica produttiva che esplode all'improvviso, ogni psichiatra è portato a chiedersi cosa possa essere successo, quali segni della storia o della struttura personologica possano sorreggerci nella lettura dei fatti, nel trovare un significato che ci conforti. Nel caso di Atride la timidezza e l'inibizione che lo caratterizzano nei primi colloqui non si ritrovano nella storia personale quando «con entusiasmo» (n. 3/2020, p. 486) e competenza aiuta la madre nell'azienda agricola o si impegna in politica. Non ha nemmeno grandi difficoltà a trovare lavoro in Svizzera e a organizzarsi nella nuova vita: il funzionamento premorboso sembra buono. Tuttavia nel corso dei primi colloqui con il terapeuta salta agli occhi la difficoltà, o l'impossibilità, a fornire una valida narrazione di sé, come se la propria esperienza del vivere non riuscisse ora a tradursi in una identità narrativa, la cui principale funzione è quella di integrare le emozioni discordanti e gli eventi inaspettati in un senso di unicità e unitarietà (Giampiero Arciero & Vittorio F. Guidano, Experience, explanation and the search of coherence. In: Neimeyer R.A. & Raskin J.D., editors, Constructions of Disorder: Meaning-Making Frameworks for Psychotherapy. Washington, D.C.: American Psychological Association, , pp. 91-118). L'esperienza dell'emigrazione, quasi un esilio, accentua i vissuti di diversità, di esclusione e di distanza dal gruppo originario di appartenenza, una fuga dalla propria terra che contiene al tempo stesso l'urgenza della partenza e l'impossibilità del ritorno in presenza di un legame non superato con gli oggetti affettivamente più significativi. Ne deriva un'incertezza del proprio essere nel mondo, un “nessun luogo” che rappresenta una frattura traumatica con la continuità narrativa che Atride aveva forse sperimentato fino ad allora; da qui il rischio di psicosi quale estremo tentativo di dare senso a un'esperienza alienante che rimanda una ra