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“Salvatore” torna a casa. Inizio dall'esito favorevole di un intervento di crisi, con buon adattamento, confermato, a distanza di un anno dall'episodio delirante, da una telefonata di feed-back. La durata complessiva dell'intervento è stata relativamente breve, con risoluzione della crisi psicotica acuta, senza precedenti, sembra, dall'analisi psicopatologica remota e prossima.
Ho preferito scegliere un nome casalingo, molto diffuso nel Meridione, per sottrarre la storia clinica alle vette dell'Olimpo e per sottolineare la forza del legame famigliare nella ricomposizione del quadro delirante e nella determinazione della storia di vita precedente e susseguente all'episodio in oggetto. Sul piano della valutazione in termini di esito abbiamo un intervento di crisi in due tempi che ha interrotto una crisi psicotica acuta. Quindi, segno “più” nella rendicontazione, con Azienda e Regione soddisfatte, mentre prosegue l'andirivieni nella porta girevole del Servizio.
Il tempo si ferma e inizia un'altra storia. In termini tecnici, si potrebbe parlare di valutazione di processo. Dal racconto sembra che le psichiatre, gli psichiatri e il comparto della Unità Operativa di Psichiatria del Verbano condividano, nella operatività, una dimensione esistenziale collettiva, la “presenza” oltre il cartellino, il lavoro che ti segue a casa. Un Mitsein di quartiere, essenziale e casereccio, “clima aziendale” che si respira fin dalle prime battute sul parcheggio dell'auto, quando Piccinelli ha ancora le chiavi in mano, sta raccogliendo le sue carte, sta rassettando i pantaloni e con la quarta mano risponde al cellulare a una madre in pena e fissa subito un appuntamento.
Iniziamo l'analisi del testo. Nel primo paragrafo viene sottolineata la «possibilità di legare l'esperienza individuale a (…) un paradigma universale» (n. 3/2020, p. 481).