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Silvia Amati Sas è impegnata fin dagli anni 1970 nello studio della violenza di Stato dei Paesi latino-americani e nell'approfondimento delle condizioni e dei meccanismi della violenza sociale. Nel corso della sua carriera lavora a Ginevra, Parigi, Trieste, Milano in qualità di consulente e supervisore, come psichiatra e psicoanalista in diversi servizi psichiatrici. Originaria dell'Argentina, all'inizio degli anni 1960 inizia a lavorare a Ginevra dove ha modo di frequentare il locale Istituto psicoanalitico. Sono anni segnati dall'incontro, tra gli altri, con Raymond de Saussure e René Spitz a Ginevra, con Evelyne Kestemberg a Parigi e con Paul Parin a Zurigo. Tra gli anni 1960 e 1980 ha modo di incontrare altri psicoanalisti di origine argentina, in particolare Isidoro Berenstein, Yolanda Gampel e Janine Puget.
Silvia Amati Sas ricerca un modello teorico, da lei individuato in quello proposto da José Bleger, che le permette di spiegare le situazioni di violenza estrema includendo il fattore del contesto sociale nella comprensione degli stati mentali e nell'organizzazione psichica. Come sottolinea l'Autrice, José Bleger pensa che lo sviluppo di ogni soggetto parta da una iniziale indifferenziazione primaria tra interno ed esterno per poi precisarsi e definirsi nel corso dell'esistenza. Questa fase iniziale si esprimerebbe attraverso la totale dipendenza dal mondo esterno. Silvia Amati Sas ipotizza pertanto che qualsiasi realtà può arrivare a sembrarci familiare e rassicurante anche quando non lo è affatto. È una forma di malleabilità psichica sempre presente nell'esperienza dei pazienti reduci da situazioni di violenza sociale traumatica. Si tratterebbe di un “meccanismo di adattamento” e allo stesso tempo di una “difesa maggiore” (il riferimento è a Paul Parin) che implica una accettazione acritica della realtà esterna. Ciò permetterebbe alla vittima che vive in un contesto di vita degradato e alienante di nascondersi e proteggersi da conflitti insostenibili. Ed è