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Il contributo di Cesare Romano, pubblicato in questo numero della rivista, mi permette di mutare il suo titolo in “Freud con Jung e Adler”, al fine di collocare la cornice degli sviluppi degli studi psicoanalitici prima che le turbolenze nel “movimento” si risolvessero a colpi di scissioni e distanze.
Tre ricercatori, impegnati a dirimere questioni sollevate dall'esperienza clinica, in continua interazione, ciascuno con parenti fuori dal comune. Osservando i percorsi reciproci prima che divenissero “indirizzi”, possiamo ricostruire una storia dei pensieri nella psicoanalisi che prescinda da appartenenze e idiosincrasie. Una psicoanalisi “libera”, in un certo senso, tornando alla dizione iniziale di Adler al momento della prima scissione e quindi prima di denominarla come indirizzo specifico, cioè Psicologia Individuale. Conviene osservare, in controluce, gli approcci e le implicazioni teoriche, momento per momento, del pensiero dei tre, senza appartenenza militante, in una analisi antropologico-culturale che permetta di individuare falsificazioni teoriche e distorsioni della osservazione clinica. Per fare un esempio, la “novità” della cosiddetta svolta relazionale: basta ignorare, appunto, l'approccio di Adler, per procedere sul terreno della clinica. In sostanza, suggerisco di individuare quando un concetto o una concezione appaiono nel panorama delle idee e valutare quante generazioni analitiche siano state necessarie perché entrassero nel dicibile di appartenenza. Questo modo di pensare, mio da sempre, si può sintetizzare come una prospettiva in cui le discipline di inizio secolo - sociologia, psicologia sociale, approccio fenomenico-esistenziale - costituissero l'ovvio di una cultura critica che non trasforma verità di dottrina in verità di fede.