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L'articolo di Griffin Hansbury (2017a) “L'uomo vaginale: lavorare con la corporeità di uomini queer al confine del transgender” è un contributo originale, capace di stimolare la psicoanalisi a riflettere e a produrre linguaggio sui confini di genere delle identità maschili. Reinvenzione “incarnata” di concetti già noti all'elaborazione psicoanalitica (in autori come Judith Butler, Jessica Benjamin o Ken Corbett), la proposta di un “Vaginale maschile” può allargare il campo delle simbolizzazioni disponibili nel lavoro clinico con pazienti di genere maschile (cisgender e transgender, omosessuali ed eterosessuali). Tale ampliamento può essere uno strumento utile per lavorare, clinicamente e culturalmente, sia sul versante “fluido” e queer sia su quello “rigido” (di una mascolinità oggi da alcuni definita “tossica”) delle identificazioni maschili.