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Atride mi è sembrato un uomo solo. Si sposta con scelte repentine, interrompendo legami e mettendosi nella condizione di non crearne. Afferma anzi di voler andare ancora più lontano (in Canada) senza un chiaro progetto, quasi a volersi sottrarre a una condizione divenuta per lui insostenibile. La consultazione prima e il ricovero poi gli offrono l'opportunità di fermarsi e di dare un senso a quanto sta accadendo grazie anche alla scelta del terapeuta, rispettosa e non stigmatizzante, di ricondurre la sua vicenda personale ai temi universali della tragedia classica. La possibilità di parlare attraverso una storia ricca di significati definisce uno spazio terapeutico più neutro, quasi un'area transizionale in cui entrambi possono introdurre temi e argomenti senza che il paziente senta una pericolosa intrusione. Ho apprezzato questa modalità grazie alla quale è stato affrontato il doloroso passato: l'uccisione del padre presumibilmente per mano della criminalità organizzata, la mancata individuazione di un colpevole da parte dell'autorità giudiziaria, il tentativo di Atride di rispondere civilmente a tutto ciò con l'impegno politico, sublimando così le sanguinarie regole familistiche nel tentativo di promuovere forme di convivenza ispirate ai princìpi della legalità. Possiamo cogliere in questa iniziativa lo sforzo di distanziarsi da un pesante retaggio culturale e di raggiungere una condizione di maggiore autonomia personale col pieno riconoscimento della collettività. Sembra infatti cercare una definizione di sé al di fuori della famiglia, in una collocazione adulta e propositiva che gli consenta una crescita identitaria e gli apra nuovi spazi esistenziali. E lo fa in un contesto politico, esponendosi al giudizio degli altri e chiedendo un supporto e una solidarietà che vanno ben al di là della competizione elettorale. L'esito sfavorevole di tale esperienza sembra però suggellare l'impossibilità di un cambiamento evolutivo. La via intrapresa per “vendicare” il padre