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Un libro di brevi frammenti, di scene ed esperienze vissute in quasi quarant'anni di lavoro di uno psichiatra in un Servizio pubblico di salute mentale nel quale, in dieci capitoli, vengono colti i dettagli e il mistero inenarrabile dell'esistenza dove esserci e resistere diviene il fondamento della cura. Una ricerca della persona alienata, che si muove con ironia e autoironia tra incertezze e contraddizioni, fatta di percorsi e incontri autentici, quindi carichi di molteplici percezioni e vissuti. Un testo in molti punti poetico («il mare», p. 59), dove Genova è scenario e protagonista, spettatrice e quasi complice di un'umanità variegata e nella quale le atmosfere risuonano come nelle canzoni di cantautori quali Fabrizio De Andrè o Gianmaria Testa.
La quotidianità della vita è vista per lo più da un reparto d'urgenza, un porto di mare dove passano giorni, stagioni, anni e restano i riti e le narrazioni dei gesti “eroici”, delle pratiche volte a ritrovare le persone sperdute in labirinti più che a liberarle da un “male oscuro”. Rispetto a questo la parola non pare efficace, manca un apparato per pensare i pensieri, la sensorialità travolge e diviene azione imprevedibile che rapisce le persone, prima di tutto del loro mondo interiore e poi del mondo tout court.
La comunicazione è non verbale e restano le domande senza risposta di fronte a tanti pazienti, per tutti Lucrezia, reale, immaginaria, sognata e mitica. Traspare un forte impegno umano, e il tentativo di riprendere le persone svuotate, rapite a se stesse e dal mondo diviene lo sforzo di legare, sia in termini relazionali e affettivi - un tratto distintivo e continuativo del testo che unisce in vario modo vite di medici, infermieri e pazienti. Un legare che è anche contenzione fisica al letto, fatta “ad arte”, esplicitata, orgogliosamente difesa. Un tema coraggiosamente sollevato al di là del “politicamente corretto”, con qualche dettaglio discutibile e pericoloso («L'immobilizzatore. È colui che stringe al coll