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Da anni insegno in scuole di psicoterapia. È sempre meno interessante: l'Università non seleziona, le Specialità non parliamone. Stessa situazione per i tirocini offerti dal Sistema Sanitario Nazionale: équipe logorate da carichi di lavoro orientati alla sola “efficienza” contabile, dove la clinica del mentale e il supporto a essa (supervisione, aggiornamento, ricerca) si è persa per strada. Gli specializzandi conformati e istituzionalizzati: portatori di una idealizzazione della psicoterapia da studio privato, espressione di quest'epoca individualistica e competitiva. Penso, con Gaber, che la mia generazione ha perso: incapace di trasmettere esperienze, pensiero critico, le lotte per…
Stupore quando una allieva presenta una situazione clinica innovativa e coraggiosa, gestita con delicatezza, frutto di un pensiero autonomo. Le propongo di scriverla come l'ha presentata, stufo di racconti opachi le cui pratiche sono difficili da individuare. Sarebbe bello poterla pubblicare.
Contatto due riviste: per educatori l'una, per terapeuti l'altra. Troppo clinica o “troppo ingenua e naïf”, anche poco sociale e gruppale (sic!); quando a mio parere, una psicoterapeuta in formazione nel ruolo di educatrice-istitutrice, sviluppa qui un intervento pedagogico-clinico nei confronti di due gemelle coinvolgendo, al contempo, la coppia genitoriale nel meglio modularne atteggiamenti e aspettative.
Lo sguardo clinico e una continua analisi della domanda fanno di questo lavoro, durato oltre due anni, un vero e proprio intervento psicoterapeutico “fuori le mura”. La parte strutturale del setting è svolta nella residenza delle bambine; la parte dinamica è regolata attraverso interventi progressivi volti a contenere l'impulsività e la disregolazione, a facilitare la separazione-individuazione delle figlie e a supportare i genitori. Un materiale vivo, coinvolgente: clinico ed educativo, individuale e gruppale, un lavoro volto a sgrovigliare un insieme complesso di problemi, per una co-evoluzione