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Lo scenario della pandemia nel quale si svolge da alcuni mesi la vita di tutti noi ha aperto, con la pressoché inedita esperienza delle sedute on-line, gli spazi delle abitazioni dei pazienti allo sguardo un po' inquieto e impensierito dello psicoanalista, abituato a riceverli nel proprio studio. Un luogo questo che, insieme al tempo che delimita lo svolgersi delle sedute, garantisce neutralità e stabilità, indispensabili condizioni del lavoro terapeutico.
Nell'aggiungere un punto interrogativo al titolo del caso presentato riecheggiano altre passate domande. Quesiti e perplessità che, qualche decennio fa, hanno accompagnato il nostro lavoro nel tentativo di aggettivare l'intervento clinico laddove questo non rispettava le classiche coordinate spazio-temporali. Che si trattasse di una “psicoanalisi senza divano”, come nell'espressione di Paul-Claude Racamier (Lo psicoanalista senza divano. La psicoanalisi e le strutture psichiatriche . Milano: Raffaello Cortina, ), oppure di una psicoanalisi fuori stanza, lo sforzo era di rendere il setting adatto agli spazi istituzionali che iniziavano a dialogare con questo sapere non convenzionale e spesso perturbante.
Acquisito il diritto di cittadinanza della clinica psicoanalitica nei luoghi di cura e di prevenzione della salute della mente, la sfida più attuale appare oggi lo spostamento del setting nello spazio virtuale dello schermo, pur nel mantenimento dell'inquadramento temporale delle sedute. Come allora, oggi si è portati a chiedersi se sia possibile mantenere il rigore metodologico e clinico nelle mutate condizioni nello svolgimento delle sedute alle quali l'attuale pandemia ci costringe. Domande ancora aperte che hanno continuato ad accompagnarci in questo lungo periodo di ritiro sociale.
Nel lavoro qui commentato, entrambe le coordinate spazio e tempo non riescono a svolgere la funzione di delimitare il lavoro dello psicologo, quando lo spazio coincide con l'abitazione stessa dei soggetti e della loro famiglia e con la