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Questo è soprattutto un testo clinico. Fin dalle prime pagine, il lettore viene invitato a entrare nella stanza di analisi, a sostarvi e infine a uscire. Non è un compito semplice, eppure è ciò che lo psicoanalista fa ogni giorno. Vi sono rischi e niente è scontato in questo, per certi versi, impossibile mestiere. Ora che la posizione dell'analista, come dicono alcuni, non è più così tanto asimmetrica e i sipari si aprono nel superamento degli antichi dogmi di neutralità e specchi opachi, è possibile intravedere ciò che succede sia nella stanza d'analisi che nella mente dell'analista. Chiamiamola “stanza”, anche se sono sempre più praticate le terapie on-line, e chiamiamola “mente”, come ci invita a fare Carla De Toffoli (L'analista e i suoi pazienti . In: Transiti Corpo-Mente. L'esperienza della psicoanalisi. Milano: FrancoAngeli, , pp. 125-138) su richiamo bioniano, ovvero con «un termine senza significato, utile per parlare o scrivere su ciò che non conosco, per segnalare il “luogo dove” potrebbe esserci un significato» (p. 129).
Più che di empatia, che è un evento occasionale e non certo un metodo (Stefano Bolognini, Flussi vitali tra Sé e Non-Sé. L'interpsichico. Milano: Raffaello Cortina, ), qui si tratta di sintonizzazione (Joseph J. Sandler, Christopher Dare & Alex Holder, Il paziente e l'analista: i fondamenti del processo psicoanalitico . Torino: Bollati Boringhieri, ), di intimità, di contatto. L'analista tenta di dare una rappresentazione pensabile e dicibile, comunicabile, talvolta narrabile, della mente dei suoi pazienti. Diceva Wilfred R. Bion (Apprendere dall'esperienza . Roma: Armando, ) che la capacità di sognare non concerne tanto l'esperienza notturna, quanto il costante pensiero “onirico” nello stato di veglia, nella simbolizzazione continua dell'esperienza. L'arte dello psicoanalista sta quindi proprio nel riuscire a simbolizzare l'esperienza del paziente, nel riuscire a “sognarla”, soprattutto laddove il sogno del paziente si è interrotto. «Fin