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Il caso clinico presentato dalla collega mi riporta principalmente alla questione fondamentale del setting. La vicenda tra terapeuta e paziente (chi è il paziente?) inizia in modo confuso e confondente. La terapeuta compie un primo e indispensabile passaggio per “sgombrare un po'il campo”: non risponde al bisogno portato dalla mamma delle due bambine espresso nella sua richiesta d'aiuto, il bisogno di una persona competente
e qualificata che aiuti le figlie ad affrontare l'ultimo anno della scuola primaria (n. 2/2021, p. 293). Lavora invece sulla “domanda”. Dove si colloca la terapeuta a questo punto? La mamma pone come oggetto di cura il suo bisogno, lo mette nelle mani della terapeuta, un po'come se le dicesse “ecco, la situazione è questa, adesso pensaci tu”. Chiede aiuto ma da una posizione di impotenza non riconosciuta. Pretende dalla terapeuta un intervento risolutivo, a casa sua, con le sue figlie. Il notevole lavoro svolto dalla collega, a questo punto, credo sia stato quello di agevolare il passaggio dall'oggetto della richiesta di cura al soggetto (le bambine), di provocare una domanda, di togliere i pazienti da una posizione sterile e impotente per favorirne il processo di differenziazione, individuazione e riconoscimento rispetto all'“altro”. Sostanzialmente, dunque, di avviare una processualità terapeutica dove ognuno assume le proprie responsabilità nella realizzazione del proprio benessere, terapeuta compresa. Il fatto che questo avvenga a casa e non in una situazione conosciuta, “tradizionale” come il proprio studio, probabilmente rischia di complicare un po'la questione: si può ancora definire psicoanalisi o psicoterapia questo tipo di intervento?
Anch'io, come la collega, svolgo terapie domiciliari e tante volte me lo sono chiesta. Piano piano, però, mi sono resa conto che in realtà, al di là delle definizioni, ciò che per me è fondamentale è il non perd