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Nel ritornare a scrivere su questo caso, rispondendo ad alcune delle preziose sollecitazioni ricevute dai commenti dei colleghi, non posso esimermi dal raccontare l'evoluzione di questo complesso intervento terapeutico nato «fuori le mura» - come scrive il dottor Corino (n. 2/2021, p. 302) - di uno studio professionale ma dentro quelle della famiglia oggetto e soggetto dell'intervento.
Oggi, se dovessi dare un titolo a questo mio intervento, volendo rappresentare gli aggiomamenti/aggiustamenti del setting, esso sarebbe “Lo psicologo non è (più) di casa”. Infatti, il mio intervento domiciliare, così come descritto in precedenza, si interrompe a marzo 2020 a causa della pandemia e delle restrizioni a essa connesse.
A dicembre dello stesso anno vengo ricontattata dalla madre di Stella e Alessandra che intanto, a settembre, hanno iniziato a frequentare il primo anno di liceo - lo stesso, ma in sezioni diverse.
Mi dice che, dopo averne approfonditamente parlato con il marito, ritengono importante che io continui a essere “un punto di riferimento” per le ragazze, ma anche per loro in quanto si rende conto che è necessario uno “sguardo altro” (dice proprio così!) che li aiuti a vedere la crescita delle figlie.
Avevo già anticipato da tempo che la strutturazione e la modulazione dell'intervento sarebbe cambiata al cambiare delle esigenze e dei bisogni emergenti, proprio nell'ottica di un progetto terapeutico che va co-costruito (e quindi modificato) e non calato dall'alto, predefinito e rigido.
Dopo un confronto con il mio supervisore, formulo una proposta di intervento così fatta: vedrò nel mio studio Stella e Alessandra, separatamente, con cadenza quindicinale e, almeno una volta al mese, la coppia genitoriale.
Ecco, adesso li ho portati tutti in studio, dottor Corino!
Vorrei ora soffermarmi su alcune riflessioni sollecitate dai preziosi commenti formulati dai colleghi.
Partirò, innanzitutto, dalle parole con cui il dottor Corino chiude il suo commento su questo caso. Egli, inter