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Borgna, come lui stesso ci racconta, scrive questo saggio durante i mesi di restrizione per la pandemia di COVID-19, interrompendo il suo scrivere soltanto per qualche escursione intorno al Lago d'Orta. Il risultato naturale delle sue riflessioni è questo saggio atipico, potremmo dire “informale” che, nonostante sia sprovvisto di una suddivisione in capitoli, può essere idealmente diviso in due metà simmetriche. Nella prima, si affrontano le tematiche più legate alla sfera della filosofia e della sociologia, mentre nella seconda si dedica ampio spazio a riferimenti poetici e letterari di grandi autori del passato che hanno affrontato il tema della solitudine. Da Simone Weil a Dostoevskij, dalla Hillesum alla Woolf, da Rilke a Sant'Agostino, soffermandosi in modo quasi commovente sul “Passero solitario” e sullo Zibaldone di Leopardi. Il minimo comune denominatore è sempre lo stesso : affrontare da più punti di osservazione possibili quello che Borgna considera la natura intrinseca, nonché la funzione, della solitudine.
In queste pagine impregnate di Dasein fenomenologico, si susseguono e rincorrono profonde riflessioni su cosa rappresenti davvero la solitudine per la psichiatria e per l'individuo: non più quella tristezza, quell'essere abbandonati a se stessi con cui spesso, erroneamente, la traduciamo; bensì uno stato transitorio attraverso cui prendere una pausa rispetto al mondo, al caos, all'interazione sociale, e fermarsi a riflettere sulla propria storia e su quella degli altri da noi. La solitudine, sin dalle prime pagine, viene drasticamente differenziata dall'isolamento: se la prima è un'istanza dialogica, un tramite per meglio conoscersi e quindi meglio aprirsi al mondo, il secondo è l'estensione monadica di se stessi, ciò che non permette mai un “noi”. L'isolamento viene ulteriormente scorporato, ottenendo da un lato l'isolamento voluto, in cui prevalgono noncuranza, apatia, disinteresse e freddezza, e che sarà prodromico alla depressione maggiore; e dall'a