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La traduzione italiana di questo famoso testo cui praticamente tutti coloro che hanno scritto sulla formazione psicoanalitica hanno fatto riferimento, rappresenta un'operazione culturale di alto valore, costituendosi peraltro come una edizione parzialmente aggiornata dall'Autore. Si tratta di un lavoro che, pur trattando nello specifico del training
psicoanalitico, affronta questioni che sono di sicuro interesse per qualunque situazione di formazione al mestiere di psicoterapeuta, andando oltre l'aspetto della formazione e prendendo in esame la questione altrettanto spinosa della supervisione a cui è dedicato l'intero sesto capitolo che si conclude con le seguenti parole: «La mia speranza non è quella di offrire un qualche metodo universale, ma di delineare una vasta gamma di opzioni dalle quali i supervisori e i candidati possano, in egual modo, trarre vantaggi nel facilitare, modellare e arricchire il loro personale modo di apprendere» (p. 302).
È pressoché impossibile sintetizzare la ricchezza delle considerazioni proposte dall'Autore nei sette densi capitoli del libro, ed è ugualmente arduo dire quale dei diversi capitoli sia più coinvolgente e interessante, a cominciare dall'Introduzione - un vero e proprio flash sulla storia della psicoanalisi in cui sono richiamate le origini dei programmi di training collocate nelle mani di uomini come Eitingon e Abraham e dell'Istituto Psicoanalitico di Berlino. Lo sviluppo della psicoanalisi - «una “famiglia con due genitori”» (p. 51), vale a dire Freud e Ferenczi - è tracciato nei primi capitoli prendendo in esame anche una seconda “coppia dialettica”, quella composta da Melanie Klein e Winnicott: quattro analisti accomunati dall'aver dibattuto per venticinque anni, e dalla ribellione dei figli (Ferenczi e Winnicott) verso i genitori. Seguono i tre capitoli centrali in cui l'Autore tratta questioni delicate, indicate negli stessi titoli dei capitoli come la “fantasia utopica” di ciò che dovrebbe essere la “persona nuova”