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Alcuni dei contenuti di questo libro di Mitchell Wilson sono stati anticipati nelle sue precedenti pubblicazioni come, ad esempio, “The analyst's desire and the problem of narcissistic resistances” (Journal of the American Psychoanalytic Association, 2003, 51, 1: 397-421) e “Desire and Responsibility: The Ethics of Countertransference Experience” (Psychoanalytic Quarterly, 2013, 82, 2: 435-476), ma ciò che si apprezza scorrendo il libro è la completezza dell'analisi del desiderio collocato non nel paziente, bensì nel terapeuta. Un tema spesso nascosto dal fatto che nelle analisi riuscite la volontà, l'intenzione e il desiderio dell'analista risultano coperte dai fattori tecnici, ma l'impatto che il desiderio dell'analista sviluppa sul paziente - un impatto che non è misurabile né razionalmente collegato alla volontà o alle idee teoriche del professionista - ha importanti conseguenze.
L'analista, «curatore dello spazio» (p. 198), come è definito dall'Autore, combatte contro le forze che tendono alla chiusura, trovandosi locato, dislocato e rilocato sempre in spazi nuovi e diversi nel gioco dinamico della coppia. Il desiderio scorre al di sotto della superficie, latente e ineluttabile, e anche nel terapeuta, come in ogni persona, esso ha le sue radici nell'assenza, gettando le basi per la generatività e contribuendo a infrangere l'immagine ideale o grandiosa dell'analista che si confronta con i propri limiti, scoprendo l'umiltà e dando così spazio al paziente per manifestare se stesso. Si tratta di una visione assai distante da quella dell'analista come “metabolizzatore” delle parti cattive del paziente o come “operatore di bonifica” delle aree mentali meno evolute.
Il testo si snoda in successivi approfondimenti e ampliamenti del tema di base, come ad esempio nel cap. 6 in cui Wilson propone un dettagliato confronto tra Bion e Lacan sul tema della posizione dell'analista e del ruolo del desiderio, della parola e della comprensione nel trattamento (si veda anche l'artic