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Michael Garrett è vice-presidente del Dipartimento di Psichiatria dello State University of New York (SUNY) Downstate Medical Center, ed è un noto studioso delle psicosi e del loro trattamento psicoterapeutico, soprattutto nel settore pubblico dove ha sempre lavorato. Il suo orientamento teorico è psicoanalitico, e in questo libro – come recita il sottotitolo – si propone di “integrare le prospettive cognitiva e dinamica” partendo dalla constatazione che nel lavoro con la schizofrenia e le altre psicosi occorre utilizzare strumenti che vadano oltre a quelli tradizionalmente considerati psicoanalitici, quali la interpretazione verbale e un certo tipo di lavoro introspettivo (occorre cioè andare “al di là dell'interpretazione”, come recitava il titolo del libro del 1979 di John Gedo, un autore di cui la rivista Psicoterapia e Scienze Umane si è occupata a più riprese, anche recentemente nell'articolo a pp. 405-416 del n. 3/2019). Sul fatto che la tecnica psicoanalitica cosiddetta standard non sia indicata nella schizofrenia concorda ormai tutta la letteratura del settore, essendo state fatte anche varie ricerche sperimentali (si pensi al noto studio di Boston dei primi anni 1980 guidato da Stanton e Gunderson, i cui risultati furono pubblicati a pp. 564-598 del n. 4/1984 di Schizophrenia Bulletin). Occorrono quindi interventi che ad esempio facciano leva anche sulla psicoeducazione e sulla capacità dell'Io di gestire i sintomi, favorendo quelli che comunemente vengono chiamati meccanismi di coping i quali, come è noto, a differenza dei meccanismi di difesa non sono inconsci ma sotto il controllo della volontà (esempi di coping possono essere, nel caso di allucinazioni uditive, ascoltare musica con gli auricolari oppure parlare con un amico, attività che permettono di far passare le voci in secondo piano – un elenco di queste tecniche per «reindirizzare l'attenzione lontano dalle voci» è a p. 164).