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Un centinaio di anni fa – anno più anno meno – vedeva la luce un libro destinato già in partenza all'oblio. Esso affrontava i rapporti tra psicoanalisi e sociologia facendo il punto sui differenti apparati concettuali delle due discipline e sulle applicazioni possibili e auspicabili di entrambe. Il testo era il risultato di un lavoro su commissione scritto da un giovane di vent'anni per assecondare la richiesta di Ferenczi (suo mentore e come lui nato a Budapest). Si trattava di Aurel Kolnai , straordinaria figura di intellettuale la cui lucidità non cessa ancora oggi di stupirci1. Il libro affrontava con rara lungimiranza questioni di metodo che avrebbero in futuro impegnato schiere di specialisti. Le accenneremo appena perché non è di Kolnai che intendiamo occuparci adesso quanto di un altro testo di sociologia portatore, a distanza di decenni, di alcune delle questioni già sollevate da Kolnai in tempi non sospetti. L'autore principale è un sociologo statunitense “eccellente”, David Riesman , che in collaborazione con due colleghi – Nathan Glazer e Reuel Denney (da qui in avanti, secondo consuetudine, ometteremo di nominarli) – dà alle stampe un saggio destinato a divenire prontamente un best-seller anche fra i non addetti ai lavori. La folla solitaria, questo il titolo che ne rispecchia il tema, seguirà le sorti del “funzionalismo”, l'orientamento di pensiero che mirava a un'integrazione fra concetti tratti dalla sociologia, dalla psicologia sociale, dall'antropologia e dalla psicoanalisi. Con gli anni 1970, passato di moda il funzionalismo nonostante le nobili origini risalenti ai Durkheim, ai Weber e in tempi più recenti ai Parsons e ai Wright Mills, passa di moda anche Riesman che finisce fra “i classici”, cioè nel dimenticatoio. Scritto negli anni fra il 1948 e il 1949, il libro viene pubblicato nel 1950 in una prima versione cui farà seguito una riedizione più chiara e concisa della prima. Col tempo si sono perse le tracce di queste distinzioni come pure la