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Leggendo il caso Sandro rimango subito colpita dai vissuti controtransferali della terapeuta che in maniera evocativa scrive di avere «la sensazione di seminare su un terreno continuamente spazzato dal vento, da cui non riusciva a germogliare nessuna piantina» (n. 4/, p. 655). Questa immagine fa affiorare alla mia mente la scena di un film western dove si vedono rotolare sterpaglie secche, probabile terreno di un duello tra i protagonisti. Quella che è in gioco è la loro sopravvivenza. Credo che Sandro, messo a dura prova da ripetuti interventi, sia stato più volte pervaso da angosce di morte e dalla minaccia di una morte fisica e psichica. Come sopravvivere di fronte a tutto questo? La scissione sembra essere la risposta difensiva a cui fa ricorso per non essere sopraffatto da tanta angoscia. Ci troviamo di fronte ad un corpo traumatizzato e a una mente troppo arcaica per riuscire a pensare e contenere i vissuti relativi alle ripetute ospedalizzazioni e operazioni.
Ci troviamo di fronte a un corpo in cui sono «stati aggiunti e tolti più volte pezzi di metallo» (n. 4/, p. 654): oggetti estranei, freddi e duri, la cui presenza credo possa aver acutizzato un senso di spezzettamento, estraneità e disinvestimento. L'impotenza sperimentata dalla terapeuta che sente cadere i suoi interventi nel vuoto fa probabilmente eco alle fatiche arcaiche di un bambino e di un ragazzo che sembra aver faticosamente «appreso come muoversi nel mondo per imitazione» (n. 4/, p. 656), ma che sembra non riuscire a farne veramente parte. «Le radici corporee del suo Io, se c'erano, erano quasi inesistenti» (n. 4/, p. 656), scrive Adriana Grotta. Ci troviamo di fronte a un corpo non abitato, ma “trascinato” nel mondo con la guida della sua “enciclopedia”, quell' «insieme di significanti appresi per cavarsela nel mondo» (n. 4/, p. 654), ma che rimangono «nozioni disgiunte le une dalle altre» (n. 4/, p. 654) che, come una rete dalle larghe maglie, rischiano di far precipitare Sandro in un vuoto pr