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Paola Scalari offre al grande pubblico un libro atipico, senza genere: una mosca bianca nel panorama letterario specialistico. Fin dalle prime battute, ci si può rendere conto di avere tra le mani un saggio brillante, acuto, che tenta – con tutta l'innocenza di una scrittura divulgativa – di descrivere i complessi scambi interpsichici che avvengono nel corso del trattamento psicoterapeutico.
Il vero punto di forza dell'opera risiede nella volontà di porre al centro del dibattito tanto la diade terapeutica classica, ovvero quella formata da paziente e analista, quanto la coppia di lavoro analista/supervisore, ridando slancio a una relazione che spesso viene data per scontata, e che non sempre viene indagata quanto si dovrebbe. Questo tema non viene affrontato unicamente da un punto di vista tecnico, ma soprattutto emozionale, lasciando trasparire il fatto che la compenetrazione reciproca tra i ruoli non sia soltanto un passaggio forzato della terapia, ma soprattutto un evento auspicabile da cui passerà inevitabilmente la cura: «Il poter produrre sequenze che legano rappresentazioni diverse rende via via più fluido e piacevole questo penetrarsi e, una volta che la coppia analitica impara ad abbandonarsi al pensiero simbolico, la nascita di nuovi pensieri rappresenta un impagabile piacere» (p. 141).
Queste rappresentazioni diverse richiamano alla molteplicità di punti di vista, e i confini del testo si prolungano lambendo le desolate lande della fenomenologia, anche se mai esplicitamente. La continua analisi dei risvolti emotivi della relazionalità diadica, sia essa quella col paziente, sia essa quella col supervisore, sospinge il lettore a interrogarsi sui fenomeni che lo attraversano, suggerendo tacitamente un'epochè attraverso la quale sospendere il giudizio sul mondo, per allontanare ogni tentativo di colonizzazione del pensiero. Questo perché lo psicoterapeuta e lo psicoanalista possono riuscire nel proprio lavoro soltanto se rimangono all'ascolto dell'ignoto, ovver