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Ho letto con grande piacere i commenti ricevuti, che rispecchiano molti dei miei pensieri e vissuti con la piccola Melody e che hanno suscitato in me ulteriori riflessioni e rielaborazioni. Vorrei iniziare sottolineando il riferimento al lavoro di rete che ha caratterizzato il percorso terapeutico, che molti hanno generosamente commentato, e che ritengo sia stato prezioso per questo trattamento. A tal proposito, mi viene in mente un antico proverbio, spesso incontrato durante i miei anni di formazione: “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”.
Il villaggio di Melody, rappresentato dalla famiglia, dalla scuola, dai Servizi sociali, dal supporto professionale ai nonni e dalla terapia è stato indispensabile alla ripresa del suo percorso evolutivo interrotto, come hanno sottolineato Pretorius (n. 2/2022, p. 314) e Chiesi (n. 2/2022, p. 320). Vorrei aggiungere una nota sull'accompagnatore di Melody, anche egli parte importante del “villaggio”. Egli giunse a rappresentare una figura affidabile e coerente, portando Melody in orario, aspettandola in sala d'attesa e “raccogliendola” discretamente al termine di ogni seduta. L'accompagnatore sembrava anche ricoprire una funzione di “nonno”; ricordo di essermi chiesta se il loro rapporto potesse aiutare Melody a migliorare il rapporto con il suo vero nonno. Questo lavoro di rete assunse inoltre la funzione di “ambiente facilitante” e di “contenitore” per la terapia che, come Marcheggiani nota, forse permetteva a Melody di sentire che poteva separarsi senza perdersi e cadere nel vuoto (n. 3/2022, p. 497).
Inge-Martine Pretorius e Annalisa Chiesi, riguardo al contenimento della terapia, ricordano l'importanza della supervisione. Sottolineano come essa abbia moderato i rischi legati al mio coinvolgimento emotivo, aiutandomi a tollerare l'incertezza attorno alle esperienze traumatiche precoci di Melody e a gestire i miei forti sentimenti controtransferali (n. 2/2022, pp. 309, 315 e 317). Di questi parla anche Melandri (