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L'Autore parte dal presupposto che fin troppo spesso gli psicoanalisti hanno considerato il fattore del cambiamento comportamentale come qualcosa di insignificante, di basso livello, di sostanzialmente inutile al fine di raggiungere un vero mutamento strutturale del paziente. Molte sono le paure, se così vogliamo definirle, che hanno indotto gli analisti a tenersi ben lontani dal campo del comportamento e dagli interventi sul comportamento: tra queste, il timore di interferire con lo sviluppo dell'insight e di esercitare suggestione, lo scivolamento verso una posizione di non ottimale neutralità, il sospetto che si possa giungere a una semplice sostituzione dei sintomi piuttosto che a una vera loro risoluzione, il timore di danneggiare la relazione e l'alleanza terapeutica, la ritrosia nell'esercitare qualunque azione che possa spingere il paziente a uniformarsi ad attese e modelli prestabiliti e, infine, il timore di produrre reazioni negative causate dalla sensazione del paziente di essere sottomesso al terapeuta e di essere indirizzato, guidato e giudicato. Come si vede, già soltanto queste paure possono ampiamente essere sufficienti per evitare qualunque intervento attivo finalizzato principalmente al cambiamento del comportamento. Ma è anche vero che altri prima di Busch hanno provato a imboccare una strada simile. Al proposito l'Autore cita, in parte criticandoli, il lavoro del 1977 di Paul L. Wachtel la cui nuova edizione ampliata uscì vent'anni dopo e con un diverso titolo (Psychoanalysis, Behavior Therapy, and the Relational World. Washington D.C.: American Psychological Association, ), quello di Richard F. Summers e Jacques P. Barber, Psychodynamic Therapy: A Guide to Evidence-based Practice (New York: Guilford, ), e le riflessioni sulla TLDP, la Time-Limited Dynamic Psychotherapy di Hanna Levenson esposta nella prima edizione del suo testo Brief Dynamic Therapy (Washington D.C.: American Psychological Association, ) - nella prospettiva delle terapie dinam