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Il caso Matteo di Maria Cristina Calle mi ha portato a riflettere sul rapporto che le tendenze attuali della psicoanalisi intrattengono con il lascito teorico e clinico di Sigmund Freud. Condivido quanto dice Maria Cristina Calle circa l'interesse prevalente per le forme nuove della clinica: «Se da un lato questo processo ci ha permesso di svelare la comprensione di manifestazioni sintomatiche inedite, d'altra parte sembra che esso abbia determinato una sempre minor considerazione per l'approfondimento delle strutture nevrotiche che si presentano nella nostra pratica clinica e che, in alcuni casi, si rivelano essere per così dire “classiche”» (n. 4/2022, p. 626).
Molti teorici della psicoanalisi attuale e del recente passato, infatti, si sono lanciati in un galoppo sfrenato su Dinamite (nome del cavallo di Tex Willer, del quale si parlerà più avanti), alla conquista di nuove frontiere della psicanalisi. Molti psicoanalisti, nel loro galoppo sfrenato, si sono a mano a mano dimenticati di parti dell'edificio concettuale e clinico elaborato da Sigmund Freud. Non a caso il termine frontiera si ritrova sempre più frequentemente nell'attuale letteratura psicoanalitica.
A questo proposito l'autore che mi è venuto in mente, come esempio alternativo ai cultori smemorati delle nuove frontiere, è André Green, che nei suoi libri ha cercato non tanto di rimanere fedele a Freud quanto di non dissipare il lascito teorico e clinico di Freud, pur fornendo nuove concettualizzazioni al pensiero teorico clinico della psicoanalisi (si vedano i testi Narcisismo di vita, narcisismo di morte, del 1982 [Roma: Borla, ], Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata [Milano: Raffaello Cortina, ], Il lavoro del negativo, del 1993 [Roma: Borla, ], e altri ancora).
Per entrare più nel dettaglio di quanto detto prenderò in considerazione, da questa angolatura, quanto affermato da André Green in Propedeutica: metapsicologia rivisitata, del 1995 (Roma: Borla, ), a proposito della pulsione e della