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L'aspetto interessante di questo libro - uscito prima in inglese e poi in italiano, quindi rivolto a un pubblico internazionale - consiste nel presentare un confronto tra vari approcci psicoterapeutici a partire dalla formulazione del caso in terapia cognitivo-comportamentale. L'idea centrale che i curatori presentano alla discussione di esponenti di diversi approcci è che la formulazione del caso condivisa ed esplicitata all'inizio della terapia rappresenta una caratteristica importante della terapia cognitivo-comportamentale che permette di differenziarla da altri approcci psicoterapeutici. Nella terapia
psicodinamica, ad esempio, ma anche in altri approcci come quelli chiamati cognitivo-costruttivisti, la formulazione del caso, cioè dei problemi del paziente e dei motivi per cui richiede una terapia, spesso non è chiara all'inizio del trattamento (vi è solo una formulazione conscia, manifesta), bensì emerge gradualmente mano a mano che la terapia procede; non è la premessa ma il risultato della terapia, tanto è vero che a volte si dice - in modo un po' a effetto - che quando si arriva a formulare il caso non vuol dire che allora si può iniziare la terapia, ma che la terapia è conclusa, cioè che si è riusciti a ricostruire la “vera” narrativa di vita del paziente, diversa dalla narrativa con la quale il paziente era venuto in terapia. È ben noto che tanti pazienti richiedono una terapia per un determinato problema, ma appena si coinvolgono nel processo terapeutico sono i primi a dire che quel problema a loro non interessa più, non ne vogliono parlare, perché hanno capito che vi sono ben altre cose che prima non conoscevano e che sono molto più importanti per loro. Sono questi i casi per i quali si può dire che la terapia sta funzionando nel modo migliore. Va anche detto, peraltro, che in alcuni approcci psicodinamici per i disturbi di personalità, ad esempio il mentalization-based treatment (MBT) di Peter Fonagy, la transference-focused psychotherapy (TFP) di O