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«La dottrina della psicoanalisi ha avuto negli ultimi dieci anni uno sviluppo sorprendente, acquistando il favore popolare ed esercitando sempre maggiore influenza sulla letteratura, la scienza e l'arte contemporanee. È stata infatti per qualche tempo la mania di moda» (p. 43). Così scriveva, nella Prefazione al suo libro Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi, l'antropologo Bronislaw Malinowski. Era il 1927. Di fatto, a scanso del titolo che sembrerebbe promettere chissà quali trasgressioni, il testo contiene una disamina serrata di uno dei “pilastri” su cui si era retto sino ad allora, e si regge tuttora, l'edificio dottrinale psicoanalitico, e cioè il complesso edipico. Chiamiamo complesso edipico quella costellazione di affetti dove vige il desiderio represso di sopprimere il padre e sposare la madre, mentre nelle società matrilineari delle isole Trobriand (quelle studiate dall'Autore) il desiderio è di sposare la sorella e uccidere lo zio
materno. Ed è l'evidenza della “natura sociologica” della dottrina psicoanalitica che porta Malinowski a sostenere che «l'intero dramma freudiano si svolge in un determinato tipo di organizzazione sociale, nel ristretto ambito della famiglia composta dal padre, dalla madre e dai figli; così il complesso familiare, il più importante fatto psicologico secondo Freud, è dovuto all'azione di un certo tipo di aggruppamento sociale sulla mente umana» (p. 52). Malinowski cercherà di sezionare i vari pezzi, di smontarli e rimontarli ma vi inciamperà egli stesso, vittima dell'ambivalenza da lui per primo segnalata.
All'epoca in cui questo lavoro fu scritto, l'antropologia, e la da lei inseparabile etnologia, potevano già vantare la messa a punto di un vero e proprio arsenale di criteri oggettivi in base ai quali compiere classificazioni e comparazioni, fare esperimenti, applicare modelli, etc. Per dirla in breve, l'antropologia poteva finalmente presentarsi sulla scena delle scienze umane provvista a sua volta di un rigoroso corr