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Un testo che tratta non il suicidio in senso generale bensì il rischio di suicidio, fermandosi quindi obbligatoriamente sulle tematiche della valutazione del rischio e della gestione del soggetto a rischio, non può non suscitare una particolare attenzione. Infatti, nella pratica clinica, privata e pubblica, avere davanti a sé una persona che si sospetta possa compiere gesti autolesivi gravi rappresenta una delle sfide e delle preoccupazioni maggiori per il professionista. Giustamente il testo non si rivolge soltanto a psicologi e psichiatri, ampliando il target a tutti gli operatori della salute mentale che possono trovarsi a doversi confrontare con il paziente che, esplicitamente o, in modo ancor più inquietante, implicitamente, manifesta idee suicide.
Il cuore del volume è introdotto da una rassegna sugli approcci allo studio del suicidio. Sono qui declinati una quantità di diversi approcci, da quello filosofico e teologico a quello psicologico e medico-psichiatrico, richiamando l'opera del fondatore della suicidologia Edwin S. Shneidman (York, 13 maggio 1918 - Los Angeles, 15 maggio ) – vedi, tra le sue numerose opere, lo scritto del 2004 Autopsia di una mente suicida (Roma: Fioriti, ). Con i cambiamenti di paradigma e di interpretazione socio-culturale il suicidio è finito con l'essere considerato l'atto di una mente malata, ma oggi intorno al suicidio e al tentato suicidio si agitano numerose altre considerazioni che vedono nella sofferenza psicologica e nel disequilibrio mentale una condizione (importante) anche se non esaustiva.
Nel momento in cui ci si avvicina al problema della valutazione del rischio si scopre che gli indicatori, i segnali e i fattori sono molteplici ma anche molto deboli, fondamentalmente incerti, cosa che provoca un analogo stato di incertezza nell'operatore e nel professionista che, troppo spesso, finiscono con il “valutare” il rischio sulla base dell'intuizione. E naturalmente anche il paziente che appare a rischio, ma che coscientemente