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L'articolo di testa di questo numero è di Jerry Wakefield, un collega della New York University che da tanti anni fa parte del comitato redazionale di Psicoterapia e Scienze Umane, su cui ha scritto numerosi articoli. Ricordiamo ad esempio il suo contributo sulla interfaccia concettuale tra Freud e la psicologia cognitiva nel n. 2/1994, l'analisi del concetto di “disturbo mentale” nel n. 4/2004, dove vi è anche una proposta di definizione di “salute mentale” da parte di George Vaillant che Wakefield critica nel n. 1/2005, l'articolo “Patologizzare la normalità: l'incapacità della psichiatria di individuare i falsi positivi nelle diagnosi dei disturbi mentali” nel n. 3/2010, inoltre il suo contributo al numero speciale 3/2016 per il Cinquantesimo Anniversario della rivista in cui risponde in modo puntuale alle dodici domande che avevamo posto sul tema “Cosa resta della psicoanalisi”.
Già questi articoli danno una idea della vasta gamma di interessi di Wakefield. Riguardo al concetto di disturbo mentale e alla diagnosi si può ricordare che nei primi anni 1990 iniziò a pubblicare, su riviste prestigiose tra cui il Journal of Abnormal Psychology e la Psychological Review, una serie di articoli in cui criticava la definizione di “disturbo mentale” proposta da Bob Spitzer nel DSM-III, mettendone in rilievo le contraddizioni interne. Spitzer - che era stato il capo della task force del DSM-III - non poté non riconoscere che Wakefield aveva ragione; non solo, decise poi di collaborare con lui, divennero amici e scrissero insieme numerosi lavori (Spitzer era stato anche capace di vedere poi tanti aspetti problematici del DSM-III che lui stesso aveva creato, e assieme a Allen Frances, capo della task force del DSM-IV, fu uno dei protagonisti del movimento internazionale di critica al DSM-5, su cui scrissero contributi anche nel n. 2/2011 di Psicoterapia e Scienze Umane; va a Spitzer, tra l'altro, il merito di aver portato al processo che poi nel 1973 costrinse l’American Psych