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Sull'onda della pandemia di COVID-19 e la conseguente esplosione delle psicoterapie a distanza, sono stati prodotti moltissimi commenti e numerose considerazioni di stampo anche fortemente critico, ma nulla di paragonabile a questo testo di Hannah Zeavin, assistant professor presso la Indiana University (Luddy School of Informatics) e visiting fellow al Columbia University Center for the Study of Social Difference, una persona che si dedica da tempo alle ricerche storiche nel campo delle scienze umane declinate sul versante della psicoanalisi, della psicologia e della psichiatria, attenta alla storia delle tecnologie e ai media. Nel 2021 la Zeavin ha dato vita alla Psychosocial Foundation, essendo anche la founding editor della rivista Parapraxis, inoltre editorial
associate del Journal of the American Psychoanalytic Association e associate editor della rivista Psychoanalysis & History. Il suo più recente libro è Mother's Little Helpers: Technology in the American Family (Cambridge, MA: MIT Press, ).
Accuratamente basato su fonti di prima mano, con un apparato bibliografico attentamente scelto e arricchito da una gran quantità di note e di riferimenti (tutte le note si trovano al termine del testo e non appesantiscono affatto la lettura), The Distance Cure ha l'obiettivo di tracciare la storia della psicoterapia a distanza - teletherapy - partendo dai suoi precursori e cioè dagli epistolari, da quelle lettere (comprese naturalmente le lettere di Freud) che hanno tracciato una via del “prendersi cura” nel corso dell'ultimo secolo e oltre. Nell'ottica dell'Autrice ogni tipologia di psicoterapia prevede tre componenti sempre attive, che sono il terapeuta, il paziente e il mezzo-canale di comunicazione che si utilizza; in tal senso ogni terapia è in certo senso un gettare un ponte per colmare una distanza, “distanza” che non va vista come opposta alla “presenza” bensì come opposta alla “assenza”. Dunque, anche il classico colloquio faccia a faccia tra terapeuta e pazi