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La semplicità e gradevolezza con cui Manuela Difronzo ha esposto il caso può ingannare. Non è semplicemente un'altra “storia” della terapia di un bambino. Manuela Difronzo trascina lentamente il lettore dentro il mondo interno di Mia, a differenza di molti resoconti clinici dove la teoria diviene talvolta l'aspetto predominante, permettendo al lettore di ottenere un sollievo emozionale rispetto all'impatto delle esperienze penose vissute dal bambino. Mantenendo costante il focus sul mondo interno di Mia, Manuela Difronzo, grazie all'utilizzazione sensibile del suo controtransfert, comincia a interpretare e a mostrare il percorso delle esperienze di trascuratezza vissuta da Mia, sfociate in una corazza di pseudo-autosufficienza. Ciò che viene rivelato e favorito attraverso il gioco di Mia e le interpretazioni di Manuela Difronzo è la sofferenza della deprivazione, la mancanza della sicurezza nell'attaccamento e di una “base sicura” mentre la bambina agognava la vicinanza e l'identificazione con sua madre. L'aspetto che vorrei commentare attraverso il lavoro scritto con sapienza da Manuela Difronzo riguarda lo smantellamento della sicurezza dell'attaccamento durante la prima infanzia con il conseguente trauma e il suo impatto su Mia.
Allo sguardo del lettore non possono sfuggire le esperienze traumatiche di Mia, dal momento in cui siamo testimoni dei rapidi mutamenti dei suoi stati interni e delle evidenti lacune nel suo sviluppo. Siamo in grado di “vedere”, nel racconto di Manuela Difronzo, come Mia riproduca e proietti diverse risposte “apprese” dalla disfunzionalità e dalla disregolazione emozionale della famiglia. Le sue difese esterne, sviluppate per proteggersi, appaiono sotto forma di ipervigilanza, intorpidimento, compiacenza, silenzio, impermeabilità, controllo: abilità necessarie alla sua sopravvivenza per proteggere
* 20 Langdon Road Bromley, London BR2 9JS, UK, e-mail <>.
Traduzione di Adriana Grotta.
il suo senso di sé dalla disinteg