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Formatasi come storica ed ellenista con Jean-Pierre Vernant prima, come psicologa e psicoanalista poi, Laurence Kahn è membro titolare e formatore dell'Association Psychanalytique de France (APF), di cui è stata presidente dal 2008 al 2010. Parzialmente nota al pubblico italiano - oltre ad alcuni articoli, sono stati tradotti Cure di bambini (Roma: Borla, ) e Far parlare il destino (Roma: Borla, ) - impropriamente si potrebbe pensare che, parafrasando Winnicott, ella sia passata “dalla storia alla psicoanalisi”; in realtà, Laurence Kahn propone con passione e intelligenza la necessità di un pensiero critico (forte l'eco di Adorno) per evidenziare le contraddizioni profonde insite nelle tendenze mainstream della psicoanalisi contemporanea, divenuta a suo dire sempre più compiacente e sentimentale. Di qui la proposta di uno “psicoanalista apatico”, più che “empatico”, che sappia lavorare con gli aspetti perturbanti della psiche, disertati dal politically correct (si veda Le psychanalyste apathique et le patient postmoderne [Paris: Éditions de l'Olivier, ], e la lunga intervista di Françoise Neau, “Entretien avec Laurence Kahn”, Le Carnet Psy, , 2 [187]: 16-35).
Con questo lavoro Laurence Kahn si propone di mostrare le radici storico-culturali di una mutazione del modo di pensare e sentire in analisi, esaminando «gli effetti a lungo termine della distruttività del nazismo non solo sugli individui e sulle istituzioni, ma proprio sul pensiero e sulla clinica psicoanalitica» (p. V). Non si tratta di chiedersi se il nazismo abbia fatto qualcosa alla psicoanalisi, ma di riconoscere che il nazismo le ha di fatto provocato danni forse mortali: innanzitutto con la degradazione della lingua di Goethe e Freud, piegata da Hitler a credenze deliranti sulla natura e sulla pulsione; quindi per via della risposta culturale al dopo-Auschwitz, che ha comportato una deriva empatica e un'attenuazione della radicalità analitica sostituita da una concezione vaga di trauma e di sindrome del